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  • Teatro Autopoietico

     

     

     

    I PRINCIPI ATTIVI DEL TEATRO AUTOPOIETICO


    Il Teatro Autopoietico è una delle attività di studio della Sigma Art e della Scuola di Sigmasofia Artistica. E’ una moderna forma di teatro-conoscenza. Ha, come principio attivo autopoietico fondamentale, la formazione dell’Io acquisito a se stesso: l'Universi-parte. La formazione dei Maieuti di Sigma Art è basata sulla pratica vissuta della Sigmasofia e dura tutta una vita! La ricerca professionale in Teatro Autopoietico può iniziare a qualunque età, esattamente nel momento in cui il ricercatore ne ravvede la necessità!

    Suoni, musica, ritmi, danza, poesia, gioco, improvvisazione, creatività, Autopoiesi olografiche, facoltà autopoietiche, non località, autorigenerazioni (…) sono parti delle componenti chelo caratterizzano. Sostanzialmente, è la rappresentazione della pulsione autopoietica a conoscere la non località, la transfinitezza dell'Universi-parte e la loro ricaduta nell’azione quotidiana, trasmessi dalla Sigmasofia. In particolare, è legato a specifiche azioni che possono suggerire ai ricercatori in formazione e al pubblico rivelazioni intuitive e sincroniche sui significati-significanti dei principi attivi autopoietici, operanti nell'Universi-parte: noi stessi.

    Punta alla remissione della cosiddetta relazione tra il pubblico e il Maieuta di Teatro autopoietico, in quanto, specifici stati di coscienza ci consentono di affermare che il pubblico è parte integrante, fusionale, del Maieuta con cui, quindi, autocrea la rappresentazione.Non c’è tecnica scenica, ma autoconsapevolezza di sé, da esprimere, da agire. La fonte da cui attinge il Teatro autopoietico sigmasofico è se stessi, gli Universi-parte, in tutte le sue manifestazioni autopoietiche, non locali, transfinite, istintivo-emozionali, razionali, acquisite, vissute come campo unico. Per questo motivo, se proprio dobbiamo individuare una fonte, questa è la via di conoscenza denominata Sigmasofia.


    Il Maieuta di teatro autopoietico non ha un repertorio preordinato differente da se stesso, ma situazioni di vita, coinvolgenti tutti i piani, realmente vissuti. La sua scena è la vita, gli Universi-parte. Tutto è orientato dall’intenzionalità autopoietica a vivere, a conoscere se stessi, con particolare riferimento alla regioni dell’inconscio autopoietico, transfinito, ancora non esplorate. Per questo, durante la rappresentazione, il Maieuta tenta di raggiungere lo stato di autoconsapevolezza d’avanguardia e, da questo stato coscienziale Sigmasofia, agisce, evidenziando, così, la peculiare atmosfera-campo autopoietico o effetto Sigma.


    Tutte le metodologie di Teatro autopoietico che qui sperimentiamo sono inerenti la techné sigmasofica, applicata alla Sigma Art. La modalità di realizzazione si effettua attraverso varie azioni autopoietiche: metaforica, mitologica-eroica, metonimica ampliata, catacretica, sineddochica, diversificata, metalepsica, opposta-complementare, antifrasica, allegorica. Una delle caratteristiche fondamentali del Teatro Autopoietico è quella dell’autoironia e dell’attitudine al gioco, all’umorismo, alla gelontologia autopoietica.


    Vengono proposte situazioni che possono essere profondamente toccanti, in quanto il ricercatore in formazione mette in scena la propria reale situazione interiore e/o problematica Io-somatica e presenta Concentrazioni-transmutazioni al sovrasensibile, realmente vissute. Tale Teatro, quindi, è un’integrazione, un Sigma degli stati di autoconsapevolezza d’avanguardia che l’Io acquisito dell’essere umano ha saputo vivere.


    Le rappresentazioni, oltre a quanto già indicato, prevedono l’utilizzo di strumenti particolari, quali il gong e vari tipi di percussioni. Nel Teatro autopoietico, i suoni, la musica e il canto sono prodotti dai ricercatori e dal pubblico. I musicisti e i canti sono i suoni della vita e dello stato coscienziale punto morte, del fluire dell’esistenza. il suono del gong e delle percussioni, il canto autopoietico e le emissioni di suoni del Maieuta sono componenti sempre presenti: il ritmo autopoietico nasce spontaneamente dalla situazione vissuta, è sinergia con essa. I suoni, le musiche, le parole e i canti creano precise atmosfere, come se guidassero l’azione, la rappresentazione, così come fa il campo morfo-atomico-coscienziale.


    Seguire i ritmi autopoietici fa parte di una delle facoltà più importanti dell’Io: saper agirle coincide con precisi e determinati risvegli intuitivi e con particolari sensibilità.


    La base è che i principi attivi autopoietici non hanno bisogno di essere diretti, essi sanno esattamente come muoversi: per il suonatore, è necessario il lucido abbandono a queste forze. C’è un segnale preciso che cambia il ritmo o una scena: è il bios, cioè un atto sostenuto da un’emissione concentrata, potente, ma brevissima, del respiro, da cui sgorga un suono, simile a quello dei gatti quando soffiano verso qualcuno o qualche cosa.


    Se istintivo e pre-istintivo, il suono delle percussioni e del gong può attrarre ipnoticamente il pubblico, incantarlo, specialmente se agito attraverso l’utilizzo degli opposti: a destra, il ritmo cresce, a sinistra, il ritmo diminuisce progressivamente. I ritmi alternati e l’abbinamento del bios possono condurre a sé l’attenzione, a livelli progressivamente più profondi.


    Ogni ricercatore in formazione deve inoltre saper danzare la danza autopoietica, che è agita fondamentalmente in modo indipendente dal Teatro autopoietico, all’interno del quale può trovare una sua specifica applicazione.


    L’uso di strumenti musicali speciali, riproducenti suoni naturali, concorrono a saldare ancora di più l’atmosfera del Teatro autopoietico.


    Il ritmo è quello dello stato di consapevolezza del Maieuta, realmente raggiunto. Va dal fermo-lento-veloce al veloce-lento-fermo e può unire simultaneamente nello stesso atto il fermo, il lento e il veloce. E’ una fisarmonica che va dal sovrasensibile al sensibile e viceversa, dall’autocoscienza autopoietica all’autocoscienza acquisita e viceversa, dal locale al non locale.


    Il fare intuitivo, imprevedibile, creatore, anche attraverso minimi movimenti, è arte di Teatro autopoietico. Questa è la facoltà che può aprire il varco all’Io che osserva.


    La capacità di giocare e di unire gli opposti, di agire simultaneamente i doppi, i tripli, i quadrupli comandi è molto coinvolgente per sé e per il pubblico. Battere un piede o proporre un’azione con forza, poggiare l’altro delicatamente, senza rumore e fare lo stesso con le braccia, con il corpo, con l’Io e con l’autopoiesi, crea stimoli, emozioni, azioni autopoietiche. L’unione di queste capacità è Teatro autopoietico, è armonia di ritmi. Rappresentare qualche cosa con una parte immobile e l’altra in totale movimento, seduti, a terra o in piedi, alternando movimenti rigidi a quelli lenti fa parte dell’utilizzo del corpo e dell’Io, orientati verso il campo morfo-atomico-coscienziale. La percezione simultanea delle profondità autopoietiche della coscienza, unita all’azione specifica, particolare, rende autopoietico quell’atto.


    Il palcoscenico del Teatro Autopoietico è fondamentalmente uno spazio circolare, ricavato in un ambiente naturale, di elevato interesse storico-autopoietico-naturalistico-archeologico. In ambienti interni, si trova al centro della sala utilizzata. Il pubblico si situa intorno, forma cerchi concentrici, richiamando così l’antica simbologia del cerchio e del punto, a rappresentare la conformazione del range sensibile, in ogni punto del pianeta Terra. Infatti, in qualunque luogo ci posizioniamo, possiamo vedere la linea circolare dell’orizzonte e della volta celeste intorno a noi: è come se il Maieuta agisse dal centro di una sfera. Tale disposizione richiama, inoltre, la visione autopoietica olistica e l’olospresenza, che si tenta di trasmettere. Ciò richiede al Maieuta-ricercatore di irradiare la sua rappresentazione a 360°, sia interiormente che esternamente. Il palco è sollevato (un metro circa) dal terreno, non ha transenne né copertura, a simboleggiare che il Tempio della ricerca è rappresentato dal cielo e dalla terra. I ricercatori autopoietici entrano ed escono dalla scena provenendo dal primo cerchio, dove si trovano gli strumenti musicali e gli altri Maieuti. In tal modo, il pubblico è parte integrante della rappresentazione e sono possibili infinite soluzioni per le rappresentazioni. Si elimina definitivamente la dicotomia palcoscenico-sala, in favore di uno spazio olistico da condividere, in cui creare Sigma Art.


    Sulla scena, l’azione e lo sguardo del ricercatore si irradiano a trecentosessanta gradi. La reale apertura del campo visivo è intorno ai 170°; il ricercatore in formazione inserisce lo sguardo interno e l’attenzione, che si direzionano verso il campo intero.


    La consapevolezza Io-somato-autopoietica è a trecentosessanta gradi. Più l’osservazione interiore è profonda, più si percepisce e si zoomma nei 170°. E’ questo il senso della posizione visiva che è necessario conseguire.L’allenamento continuo della visione autopoietica, interno ed esterno, è un’altra delle basi fondamentali del Teatro autopoietico. Tale capacità vissuta permette di trasmettere la sensazione di essere sempre di fronte al pubblico, anche quando si è di schiena, e il palco posizionato al centro, necessariamente, determina questa situazione.


    La capacità di irradiare la propria autocoscienza in ogni direzione e cambiare direzione sono una facoltà del ricercatore. L’azione autopoietica è visibile da qualunque posizione. Tutto dipende dalla consapevolezza di sé raggiunta dal ricercatore in formazione.


    Sul palcoscenico, i ricercatori autopoietici non hanno nessun riferimento, nessun suggeritore, se non se stessi, il proprio intuito. Il campo morfo-atomico-coscienziale, l’autocoscienza autopoietica è vissuta ed è immanente.


    Si procede, ponendo in remissione la discrepanza che troviamo tra stati coscienziali e azione, e tra stati coscienziali e principi attivi autopoietici. Porre in remissione la discrepanza tra stati coscienziali e azione significa indagare, vivere, risalire e transmutare le difese, gli ostacolatori, di cui spesso non si è consapevoli e che, in qualche modo, produciamo. E’ l’evento che determina il fatto, per cui stato coscienziale e azione non sono simultanei, anzi possono addirittura ritardare l’azione, fino a determinarne, in casi estremi, un reale blocco istintivo-emozionale-razionale.


    Se, in presenza dell’intenzionalità di entrare in scena, il Maieuta prova emozioni ostacolanti, può ritardare o deviare l’azione che doveva svolgere. Per poter evitare ciò, è gioco forza che gli stati coscienziali vivano, conoscano olisticamente se stessi, la propria eziologia, ossia i principi attivi autopoietici, localistici e non localistici, archetipici, transfiniti. Si vive, cioè, che le funzionalità Io-somatiche, che utilizziamo per produrre azioni, hanno una fisiologia localistica e, soprattutto, una fisiologia non localistica, transfinita, condizione presente alla radice di ogni Io acquisito. Per questo motivo, il Maieuta di teatro autopoietico, per riconoscersi come tale, deve saper vivere il campo coscienziale, considerando come parte integrante dello spazio-tempo, in cui opera, quella parte di sé che denomina l’altro, il pubblico, condizione rinforzata dalla consapevolezza che tutto è atomicamente e coscienzialmente legato, come la meccanica quantistica evidenzia.


    L’olospresenza è, quindi, parte integrante dello stato coscienziale Sigmasofia, che il Maieuta tenta di vivere in scena, ovvero nella vita. Il superamento di ogni ostacolatore al naturale fluire Io-somato-autopoietico è la via autoformativa che seguiamo.


    Il Teatro Autopoietico si prefigge di essere facilmente riconosciuto da ogni autocoscienza acquisita che voglia seguirlo, da qualunque estrazione o cultura provenga, appunto perché tenta di comunicare autopoiesi esistenziali, in cui tutti sono coinvolti. Il suotentativo di trasmettere la conoscenza vissuta del sovrasensibile, dell’inconscio autopoietico che muove nelle cose, negli Universi-parte, può lasciare impressioni durevoli nell’Io acquisito dello spettatore (memoria dell’autopoiesi) che, ricordiamo, è parte integrante della rappresentazione. Un’altra finalità consiste nel comunicare direttamente con il proprio inconscio e con quello del pubblico, tentando di coinvolgerlo empatonicamente e di orientarlo verso il risveglio intuitivo e sincronico, che potrà vivere dentro di sé, in conseguenza della stimolazione proveniente dal risveglio intuitivo e sincronico vissuto del ricercatore. Si potrà così verificare un gioco di risonanze Io-somatiche, realizzato attimo dopo attimo, che potrà determinare un coinvolgimento dell’archetipo campo istintivo-emozionale e aggredior dello spettatore. Ed ecco che il Teatro autopoietico è la sommatoria e la proposta emergente di ogni autoconsapevolezza, che trova il punto d’incontro in scena, con l’autoconsapevolezza dell’altro, riconosciuto empatonicamente come parte di sé, in un processo di consapevolezza autopoietica continua.


    Pur seguendo una precisa trama prestabilita, le rappresentazioni teatrali che si realizzano prevedono una parte in cui il ricercatore deve rappresentare, spontaneamente ed improvvisando, contenuti dei propri stati coscienziali, delle proprie emozioni, degli istinti, degli intuiti, delle memorie registrate nel suo DNA, che sono emersi direttamente dal lavoro, a mediazione corporea, al di fuori del linguaggio intellettuale, strutturato, e che vengono realizzati in scena. Un ricercatore lascia fluire in modo spontaneo le espressioni del viso che naturalmente e consapevolmente gli nascono: se incontra e sente il pianto, semplicemente piange.


    Si tratta di creare la parte mancante della trama del testo teatrale che può, quindi, assumere qualunque forma e significato (dipenderà dal tipo di coinvolgimento e di penetrazione di sé). In questo senso, è teatro-verità, in quanto non rappresenta mai una parte ma, soltanto e semplicemente vissuti autentici, intimi, personali e collettivi. Il Maieuta di teatro autopoietico è vestito di sola nudità autopoietica, non si spoglia volitivamente: egli è veramente quello che è e riconosce di sé.


    Non c’è alcuna creazione artificiale, tutto tenta di essere coeso, senza deviazioni. A volte, può accadere che l’azione non ce la faccia a rappresentare, ad esprimere l’istinto-emozione, l’autopoiesi, ma comunque, in questo atto, il Maieuta comunica la propria intenzionalità a rappresentarlo simmetricamente. In questo modo, attingendo dall’autopoietico, si evita la caduta identificativa nella visione convenzionale, nella dialettica intellettuale dell’Io acquisito. Ad esempio, un vissuto di terrore, di pericolo di vita, dovrà essere rappresentato naturalmente, ossia esattamente come l’Io che lo evidenzia lo ha vissuto e penetrato. Via via che l’autoconsapevolezza si amplia, cambia anche la tipologia, la qualità dell’azione rappresentata.


    Le liriche possono essere facilmente comprensibili, ma richiedono una precisa predisposizione del pubblico a voler seguirle, attraverso lo stato di lucido abbandono.


    I personaggi di base del teatro autopoietico sono funzioni Io-somatiche ed autopoietiche. Indossano i vestiti istintivi-emozionali e acquisiti reali, corrispondenti ad esperienze di vita e a dinamiche interiori, vissute o che si sta vivendo. E’ necessario quindi esplorare quelle componenti, attraverso il vissuto diretto e non attraverso letture o studi. E’ preciso compito del ricercatore portare alla luce l’essenza di sé, della propria interiorità, renderla semplicemente evidente. Il Teatro autopoietico è aderente alla realtà vissuta e riconosciuta, senza filtri, e la sua dinamis rende questo processo sempre più profondo, tanto da determinare così una rappresentazione di sé sempre diversa, anche durante lo stesso spettacolo. Mi riferisco sia alla componente conscia che a quella inconscia, sovrasensibile e autopoietica.Tenta di creare atmosfere al di fuori dello spazio-tempo così come lo conosciamo. Il ricercatore si cala nella parte nel qui ed ora, al momento in cui agisce e questo in ogni momento della giornata. Deve diventare una cosa sola con se stesso, con i suoi contenuti e profondità di sé che riesce a raggiungere, e poi azione e rappresentazione.


    L’archetipo campo istintivo-emozionale e aggredior emerge dalla consapevolezza stessa del campo morfo-atomico-coscienziale, è questa che riesce, per risonanza, a coinvolgere empaticamente il pubblico. Campo morfo-atomico-coscienziale e azione, senza interferenze: è il campo unico, secondo le indicazioni della Sigmasofia. E’ rappresentazione dell’Io acquisito, riflessa, incompleta, se l’azione precede il campo MAC. Se il Maieuta autopoietico riesce a mantenere questo stato per tutta la rappresentazione, la sua azione sarà progressivamente ampliata, ma se non lo farà, potrà accadere il contrario, in scena come nella vita. Se non è rivelatrice di significati più profondi a noi stessi e al pubblico, una rappresentazione di Teatro autopoietico deve essere considerata da osservare, vivere, risalire e transmutare.


    Il Teatro autopoietico dovrà essere conosciuto per la capacità di evocare intuizione, spontaneità autopoietica e di rappresentare emozioni-istinti reali ed intensi, positivi o negativi che siano, senza alcuna remora, paura del giudizio o colpevolizzazione. Per fare questo, è necessario un lungo training e il raggiungimento della capacità di Risalire qualunque situazione Io-somato-autopoietica. La capacità di poter esprimere tutti i sommovimenti coscienziali, tutte le emozioni e gli istinti e i principi attivi autopoietici non deteriorabili, transfiniti, senza fare nulla o viceversa, è un’altra delle caratteristiche.


    La prima azione realizzata in scena rappresenta, per il Maieuta, l’innesco, il padre-madre delle azioni che seguiranno, parte del coinvolgimento empatonico e del raggiungimento di particolari profondità. Quindi, può essere condizionato da questo (ovviamente durante la rappresentazione è sempre possibile modificare il proprio stato interiore). Detto ciò, è in ogni modo importante curare l’innesco, il bios che ci dà una dimensione adatta, una predisposizione utile.


    Evidenziare o esagerare volitivamente un’emozione-istinto, volere caratterizzarla è azione che, nel Teatro autopoietico, ha ben poca presa, non c’è alcun interesse particolare nel recitare bene la parte o a curare particolarmente la dizione. Il Maieuta è semplicemente invitato a rappresentare quello che è, che ha realmente dentro e che riconosce. L’accettazione di porsi in gioco, negli elementi più intimi e personali che ci compongono, pone in remissione molti stati identificativi nelle stereotipie, nelle convenzioni dell’epoca. La forma artistica assume le fattezze della vita degli Universi-parte, noi stessi: un principio-attività di Teatro autopoietico, di Sigma Art.


    Noi sappiamo che il principio attivo Sigma, più la proprietà emergente dalle esperienze vissute dal Maieuta, formano il testo di Teatro autopoietico e tale avanguardia conosciuta di sé diventa Teatro autopoietico, accettando di rappresentare le parti più intime di sé, sane o patologiche, illuminate o oscure, imbarazzanti o entusiaste (…). E’ quest’aderenza a se stesso che gli permette di essere compreso dal pubblico. E’ soltanto questa spontaneità intuitiva autopoietica, realmente raggiunta, che farà brillare l’azione. Un’azione veramente penetrante i significati dell’esistenza non mostra solo tecnicamente la sua efficacia.


    Il ricercatore non deve mai, in nessun caso, usare maschere o recitare personaggi altrui, ma rispettare la diversità come il collante dell’unità che sottende. Non si recita una parte, ma si trasmette l’essenza reale che muove alla radice di sé. Quest’assunzione di rispetto e di non rappresentazione altrui è una delle azioni creatrici del Teatro autopoietico. Può trascorrere giorni, mesi a contemplare, osservare i contenuti della propria coscienza che dovrà rappresentare durante gli incontri. Il risveglio e l’osservazione di memorie, di ricordi antichi, ereditati, saranno tra quelli che avranno maggiore potere di penetrazione in scena. Nel Teatro autopoietico, non esiste un’azione più o meno difficile, esiste soltanto l’atto, agito senza interpretazioni. C’è il riconoscimento consapevolmente vissuto del campo morfo-atomico-coscienziale che fa nascere ogni azione, in modo tale che, realizzata in scena, ne sia sempre il veicolo.


    Nella rappresentazione autopoietica, l’attenzione è concentrata sulla fisiologia autopoietica, che permette al linguaggio di nascere, non sul significato particolare di ciò che rappresenta. Così per il gesto, il collegamento è con la fisiologia che gli permette di nascere. Tuttavia, pochi ricercatori riescono a stare lucidamente e consapevolmente abbandonati alla fisiologia autopoietica che sostiene il fluire del vivere e dello stato coscienziale punto morte. Seguire il campo morfo-atomico-coscienziale è seguire il potenziale che dà la tensegrità, la coesione a tutte le parti, a tutte le componenti, a tutti gli stati coscienziali.


    L’elemento di unione è l’autocoscienza autopoietica. Se questa consapevolezza si perde, si perderà nella stessa misura la presa di consapevolezza e di attenzione del pubblico.


    L’aderenza al campo morfo-atomico-coscienzioale trasmette che cosa significa l’unione dell’Io con gli elementi autopoietici, universali e non deteriorabili che lo compongono: quell’Io trasmette Sigma-sofia.


    Autopoiesi ed azione sarà l’unica legge del Maieuta di teatro sigmasofico. Ed ecco che la voce è simmetrica al gesto-movimento, questi all’istinto-emozione e questo ai principi attivi autopoietici che lo formano, all’autocoscienza autopoietica. Si tratta della configurazione autopoietica di questo peculiare tipo di teatro.


    Qualsiasi mezzo, lo scettro, il materiale scenico, il palcoscenico, il pubblico è un’estensione del corpo del ricercatore, è parte integrante dell’unico corpo. Tutto il corpo è sentito attraverso la consapevolezza di ciò che muove e anima al suo interno. L’unità vissuta tra Io-soma-autopoiesi ne è la base. E’ campo MAC vissuto consapevolmente, la pulsione autopoietica a conoscere, ciò che muove, e non la forza mossa dall’autocoscienza acquisita.


    Il Teatro autopoietico ha molto da trasmettere all’autocoscienza dell’essere umano. Può rendere evidente il disallineamento che molte autocoscienze hanno verso loro stesse. E’, in questo senso, un teatro autopoietico marziale. Le autocoscienze acquisite viaggiano veloci e la componente autopoietica ha altri ritmi, l’acquisito si spinge sempre più proiettivamente al di fuori dell’autopoietico, da cui paradossalmente nasce. Questo può essere sentito dal pubblico e creare riflessione, provocare la destrutturazione del mondo riflesso, tanto che potrebbe esserevissuto come distonia. Questi momenti di crisi sono una benedizione, significa che il Teatro autopoietico sta semplicemente assolvendo al proprio scopo, quello di aprire nell’autocoscienza un varco di comunicazione più profonda con se stessa. Il Teatro autopoietico non si propone di accarezzare l’Io del pubblico o del Maieuta-ricercatore, vuole soltanto trasmettere modalità di conoscenze vissute, e poco importa se, per mostrare questo, è necessario attraversare momenti interpretati come positivi o come negativi.


    In definitiva, nel Teatro autopoietico, si trasmette l’azione bioetica autopoietica, emanazione sia del sovrasensibile sia del sensibile riconosciuto, elementi che immetteranno nell’azione le forme correttrici di ciò che tenterà di ostacolarlo.


    Il Teatro autopoietico non ha segreti o dimensioni esoteriche, se non quella di dirigere l’autocoscienza ad indagare se stessa a livelli sempre più profondi di cui, spesso, non siamo consapevoli. E’ innovativo, non nuovo, tutti abbiamo cellule staminali, tradizioni comuni. Non ci evidenziamo dal nulla.
    Perché il teatro autopoietico?

    Per dar vita, anche attraverso questa forma, all’intenzionalità autopoietica a conoscere, ad autorealizzarsi-potenziarsi, ad autorigenerarsi-guarirsi, in un gioco di ricerca e di creazioni transfinito, esattamene come transfiniti è gli Universi-parte, se stessi!

    Ogni Io acquisito è regista di se stesso e l’autocoscienza autopoietica a cui ci si collega è la regia di tutti. Ognuno è il Maieuta di se stesso e attua l’arte ostetricia, fino all’avanguardia, e oltre. L’autoformazione significherà così aprirsi a se stessi, fino ad incontrare, da dentro, il cosiddetto altro, fino a far nascere riconoscimenti dell’unico corpo, degli Universi-parte coeso, che siamo.

    Il Teatro autopoietico: come remissione di ogni passaggio identificativo soltanto in se stessi, ma come rappresentazione di una funzionalità che, di fatto, è emanazione di tutti gli Universi, locali e non locali.